“Amore 14” è il titolo sia del libro, firmato Federico Moccia, che prende le mosse da una sfida, quella di raccontare “un momento delicatissimo, quello tra i 13 e i 14 anni, che segna profondamente la crescita”, nata dall’intervento di una giovane lettrice su un blog, che ha chiesto all’autore di “Ho voglia di te” di parlare di quell’età, sia del film adesso al cinema.
Moccia prende le mosse dal mondo dei quattordicenni, di quelli che sono all’ultimo anno delle medie ma sono già ansiosi di fare esperienze a tutto tondo, dal sesso alle bravate, fino ad arrivare ai primi approcci con le droghe leggere, in un’atmosfera dove l’amore sembra eterno e le difficoltà insuperabili.
I protagonisti di queste storie sono Caro (Veronica Olivier) una tredicenne con il padre infermiere e la madre stiratrice, la cui principale occupazione è chiacchierare con le sue amiche Alis (Beatrice Flammini) e Clod (Flavia Roberto) di amore, feste e aspettative riguardo il sesso ; ma soprattutto Caro vuole rincontrare il ragazzo che l’ha fulminata, il bel tenebroso Massi (Giuseppe Maggio).
Si tratta di una meravigliosa storia d’amore, adolescenziale appunto, che si protrae per un intero anno scolastico, quello finale delle medie per Caro, fatto di video ai prof da mettere su YouTube, chat su Messenger e interminabili conversazioni pomeridiane.
Biancaneve è la figlia dell’amata regina del regno, una volta beniamina di tutti i sudditi ma, come le sue amiche (Cappuccetto Rosso, Riccioli d’oro e compagnia bella), è una ragazzina ricca e viziata che non ascolta i consigli del padre e che pensa di poter essere come la madre solo badando alla propria popolarità. Ci vorranno i 7 nani per farle capire che la vera generosità sta nel far sembrare di essere magnanimi con la beneficenza.
Le favole si sono adattate alle esigenze del mondo moderno, cercano di fare un discorso intorno alla parodia delle favole.
Mambo e Munk sbilanciano gli equilibri tra bene e male. Avvicinandosi alle esigenze moderne, Biancaneve è una teenager ribelle che vuole spassarsela con le sue amiche Cappuccetto Rosso, Riccioli d’oro e Bo Peep, piuttosto che aiutare i malcapitati. Ma quando il padre della principessa si sposa con l’ambiziosa e crudele Lady Vain, Biancaneve capisce di essere in pericolo.
Si tratta, come si può ben capire, di una versione in chiave moderna del mondo favolistico, una versione scanzonata che fornisce insegnamenti e morali molto più attinenti alla realtà circostante.
Per la regia di Paul J. Bolger, Biancaneve e gli 007 Nani sarà interpretato da Sarah Michelle Gellar, Freddie Prinze, Jr., Andy Dick, Wallace Shawn, Patrick Warburton, George Carlin e Sigourney Weaver.
Prodotta dalla Atmo AB di Gandini e Tarik Saleh, in collaborazione con la Zentropa di Lars von Trier, Videocracy non è un documentario politico e militante ma un lavoro emotivo, «ispirato dal cinema di Antonioni», con la tesi secondo cui in Italia il potere va al di sopra di tutto.
A partire dalla trasmissione di uno strip casalingo di una delle prime televisioni private, affronta il tema della televisione in Italia grazie al materiale reperito da repertori, interviste esclusive a Lele Mora e a Fabrizio Corona, intrecciandosi con la storia di un giovane fortemente intenzionato a diventare il numero uno della televisione. Un’Italia che passa da un reality a un talent show, un’Italia fatta di tronisti, veline e sogni privati per il piccolo schermo. Il tutto è finalizzato a inquadrare il bestiario televisivo italiano per rintracciare la genealogia del nostro sistema politico che, da oltre trent’anni, ha dei tratti ben definiti, una carta d’identità tutta sua: Silvio Berlusconi.
Definito da Gandini «Il presidente prima della televisione poi di tutto», Silvio Berlusconi è al centro di lunghi dibattiti, di certo non nati oggi, non morti domani.
«L’Italia non è più divisa tra destra e sinistra, ma tra chi è una celebrity televisiva e chi no», ha detto Erik Gandini, il regista italiano trapiantato in Svezia che ha portato alla Mostra di Venezia l’attesissimo Videocracy, evento speciale in collaborazione tra la Settimana della Critica e le Giornate degli Autori, e ora in sala con Fandango.
« fun is not fun anymore», dice il regista di Videocracy: un giorno la festa sarà finita. La bella Italia del Presidente è una patria dei liberi concedimenti: Mora ci presenta le proprie creature, tronisti palestrati nel dolce far niente della sua villa in Costa Azzurra, rimpiange che Berlusconi non sia come Mussolini e ci fa ascoltare le canzoni fasciste dal suo telefonino, mentre Corona pontifica, sguinzaglia i suoi paparazzi dietro il vip di turno, fa ospitate in discoteca, in cui il vuoto e il nulla gli coprono il viso, e si mostra nudo e compiaciuto sotto la doccia.
Solo lui, Silvio Berlusconi, ha dominato la scena italiana per oltre un trentennio ed ha assemblato al meglio politica e il fare televisione, ma non solo. Tutto è connesso, come l’apparire, per esempio, nonché la formula magica per il buon oratore politico e per l’impeccabile show man. Questi i suoi argomenti che hanno influenzato la nostra televisione commerciale in Italia.
Presentato a Venezia in gara per l’assegnazione del Leone d’Oro, è un film che ricalca decisamente la struttura del classico cinema hollywoodiano, ispirandosi, almeno per la prima parte, al cinema del grande Hitchcock; suspense e azione sono i suoi presupposti del dialogo dei suoi personaggi.
Tratto dal romanzo di Kurt Eichenwald, si tratta di una storia vera che vede per protagonista Mark Whitacre, un eroe apparentemente buono, convinto di agire in modo giusto e corretto, ma che, in realtà, non è che l’artefice della maggior parte dei problemi che gli si presentano e, nel contempo, vittima delle sue stesse convinzioni.
Mark, esperto biochimico, è un alto dirigente di una multinazionale dell’industria agro-alimentare, è preso da grandi interrogativi filosofici, spesso di tono astratto.
Qualcosa di non razionale abita dentro di lui ma, ancor prima di avere il tempo di capire perché, il personaggio è sfuggente. Inconsapevolmente, si ritrova nei panni di Fbi, a cui è stato affidato il compito di svelare reati commessi dalla sua società.
Con le sue rivelazioni, però, la macchina della verità sembra letteralmente impazzire. In questa lotta contro la realtà è sostenuto dall’appoggio morale della moglie Ginger.
Sul finale della pellicola di Steven Soderbergh, ci si rende conto che Mark è semplicemente affetto da disturbi della personalità, una sindrome bipolare che lo rende incapace di distinguere il vero dal falso, quindi il peggior testimone che possa esistere e il miglior truffatore che si possa ipotizzare di conoscere, dato che è riuscito per anni a combinare tutta una serie di imbrogli ai danni della sua compagnia senza che nessuno potesse accorgersene. Quindi, nessun segreto, nessun oggetto da scoprire, semplicemente una malattia che invade il nostro Mark.
Scontata la pena in carcere, Mark è pronto a ricostruire la sua vita ma, purtroppo, non ha modificato il suo modo di pensare e la sua incontrollabile tendenza a rendere vero tutto ciò che è profondamente fasullo.